2104

Il patto di prova

Esaminiamo la clausola del patto di prova inserita nei contratti di lavoro a seguito delle numerose segnalazioni giunte negli ultimi giorni, relative all’inaspettata interruzione del rapporto lavorativo per mancato superamento del periodo di prova per – apparente – inadeguatezza alle mansioni.

Prima di esaminare la questione nello specifico, si ritiene opportuno ripercorrere brevemente le caratteristiche del patto di prova.
All’interno di un contratto di lavoro subordinato, determinato o indeterminato, al datore di lavoro è data la facoltà dall’ordinamento giuridico di inserire nel contratto la clausola riguardante il patto di prova. Quest’ultimo, regolato dall’art. 2096 c.c., consiste nello svolgimento di un periodo di lavoro – dalla durata limitata – nel quale viene data la possibilità alle parti di effettuare delle reciproche valutazioni circa la convenienza del rapporto stesso e della sua futura definitività.
Da una parte, infatti, il lavoratore avrà la possibilità di svolgere le sue valutazioni sulle mansioni affidate, sul percorso formativo e di crescita professionale prospettato, sull’organizzazione del lavoro e sugli obiettivi ed esigenze aziendali in relazione alla retribuzione stabilita.

Dall’altra parte, il datore di lavoro avrà la possibilità di effettuare delle valutazioni sulla preparazione professionale del lavoratore, sul possesso delle caratteristiche richieste in relazione all’incarico assegnato, sul raggiungimento degli obiettivi affidati, nonché sugli altri aspetti del lavoratore quali ad esempio la puntualità, la precisione, il rapporto con i colleghi e con l’ambiente di lavoro.
La peculiarità del patto di prova risiede nel fatto che durante il periodo in prova, così come al termine di questo, le parti possono liberamente recedere dal rapporto di lavoro instaurato (eccetto il caso che sia stato stabilito un tempo minimo necessario di prova), senza la necessità di motivare le ragioni della scelta e senza l’obbligo del preavviso o della relativa indennità.

All’incontrario, compiuto il periodo di prova, l’assunzione diviene definitiva e il periodo svolto dal lavoratore si computa all’interno dell’anzianità di servizio.
Tuttavia, la legge e la contrattazione collettiva pongono dei limiti massimi entro i quali può svolgersi il periodo di prova: non superiore a 3 mesi per operai ed impiegati senza funzioni direttive e, comunque, non superiore a 6 mesi per le altre qualifiche. Inoltre, il patto di prova deve risultare per atto scritto, precedente o contestuale all’assunzione.

Per quanto riguarda l’interruzione del periodo di prova, nelle ultime settimane – probabilmente a causa della pandemia di Covid-19 e della conseguente crisi economica – si è assistito ad un aumento dei recessi dal patto di prova esercitati dai datori di lavoro per inadeguatezza alle mansioni del dipendente.
Tali recessi, infatti, sembrano essere stati esercitati dai datori di lavoro per altri motivi, estranei alla causa che sta alla base del patto di prova consistente nella valutazione da parte del datore di lavoro delle caratteristiche e qualità del lavoratore in relazione alla mansione a lui affidata.

Infatti, sembrerebbe che i motivi estranei al patto di prova, al di là di quelli illeciti (es: interruzione de rapporto per ragioni di età, sesso o religione), siano riconducibili per lo più – come detto – a ragioni di tipo economico. Ebbene se così fosse, come pare che sia, l’interruzione del patto di prova per motivi economici può portare a differenti scenari. Qualora, infatti, il giudice dovesse ritenere illecito il motivo economico come ragione dell’interruzione del periodo di prova, potrebbe dichiarare il licenziamento illegittimo con conseguente diritto del lavoratore alla prosecuzione del periodo di prova fino al termine o, in alternativa, il diritto al risarcimento del danno che potrebbe essere quantificato come quello pari alle retribuzioni che avrebbe percepito fino alla scadenza del periodo stesso. Invece, nel caso in cui il Giudice dovesse considerare il patto di prova nullo per manifesta insussistenza delle ragioni poste alla base dell’interruzione lavorativa, dichiarerebbe il patto di prova nullo con conseguente applicazione della tutela indennitaria prevista contro i licenziamenti illegittimi dal D. Lgs 23/2015.

I due scenari ora brevemente ricordati devono però tenere in considerazione quanto previsto dall’art. 46 del D. L. n. 18 del 17.03.2020 (denominato “Cura Italia”), il quale ha vietato per 60 giorni (a decorrere dall’entrata in vigore del provvedimento) l’avvio delle procedure di licenziamento collettivo, nonché il licenziamento per ragioni economiche (giustificato motivo oggettivo) previsto dall’art. 3 L. 604/66.

Infatti, nonostante il D. L. 18/2020 non preveda un divieto di interruzione del periodo di prova per crisi economica aziendale, si potrebbe ritenere, interpretando la ratio dell’art. 46, che l’interruzione del periodo di prova riconducibile, appunto, a ragioni economiche – parificabile, pertanto, alle ragioni di un licenziamento oggettivo – sia del tutto illegittima (e andrebbe impugnata) perché contraria a quanto disposto dal del Decreto legge citato. L’argomento verrà ulteriormente approfondito tenendo conto dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale, nonché in relazione all’interesse riscontrato.

Avv. Marco Gastaldo
gastaldo@studiolegalelab.it
Dott.ssa Diletta Danieli

 

CONDIVIDI: